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Il suono di un gruppo musicale, è un’alchimia, è il fondersi di tre o quattro persone che mescolate insieme, come gli ingredienti di un buon piatto, ti danno quel sapore riconoscibile al primo assaggio, o se si tratta di musica, dalle prime note.
Se ascolti i Beatles ti rendi conto che cambiando uno degli ingredienti il risultato non sarebbe stato più lo stesso; le pecche di ogni singolo elemento di quel gruppo fanno parte del suono di quel gruppo.
Il discorso non cambia per i Rolling stones, quel modo strano di suonare il rullante di Charlie Watts, quel suo non suonare mai insieme il suono dell’ Hi Hat (o charleston) con il rullante, (suonato così per una semplicazione tecnica) misto al suono rauco ma nello stesso tempo brillante della telecaster di Keith Richards ha reso quel sound inconfondibile.
Il suono di un gruppo è rabbia mista al sudore o poesia mista al sudore o ingenuità mista a sudore; fatto sta che il sudore ci vuole!
Avrà fatto cose belle Sting, egregie, ma se riascolti i Police ti rendi conto che quei tre insieme sono un suono e che in tutti i suoi dischi da solista Sting non è arrivato mai un suono così indiscutibile come quello del suo trio.
Spesso, quasi sempre, la manovalanza anche specializzata dei session-men di spicco, non è sinonimo di forte identità. Pensate cosa sarebbero stati i Beatles se ci fosse stato al posto dell’inconsapevole e genuino suono della batteria di Ringo Starr la tecnica di un Terry Bozzio o di un Steve Gadd .
Il suono di un gruppo e suonarsi negli angoli, ascoltarsi più che suonare, è fidarsi completamente di ciò che l’altro ha fatto di sbagliato di strano, di inaspettato e fidarsi fino al punto di acconsentire, di assecondare, fino a rischiare di andare a finire nel burrone più profondo o sulla nuvola più alta.
Spesso, o forse poche volte, tenere insieme un gruppo è un’esigenza; talvolta la voglia di esplorare o le ambizioni di qualche singolo possono portare da un'altra parte, ad esplorarsi in modo solitario attraverso altre strade, ma la band è la band.
Chi non ricorda il suono di “ Vai mò “ di Pino Daniele, quello è il suono di un gruppo non è il suono di Pino Daniele, con ogni probabilità se quella formazione fosse diventata un gruppo avrebbe lasciato altri gioielli.
Esistono poi le formazioni “ sedute a tavolino “ alla ricerca di “ suoni creati col frullatore “ con l’indole del “ sound variabile “ attraverso gli anni e le mode, anche se alternative, pur sempre mode. Questa categoria rischia, come è successo a molti, di essere legata a un movimento a una tendenza, ma, finita la tendenza quel suono diventa vecchio e finisce il gruppo.
Il dub napoletano ne è stata la prova negli anni 90: legare il proprio suono all’uso dell’elettronica, ai suoni del momento, fa si che resti il suono di un momento storico, magari arrivato anche il giorno dopo in Italia dopo essere stato consumato l’anno prima a Londra.
C’è da dire anche che non tutti hanno la fortuna o la forza di essere inossidabili, legandosi a vita a un suono di un periodo come i Depeche Mode, che saranno pur rari e sporadici ma sono pur sempre i Depeche mode.
E’ evidente quindi che uno non sia alza la mattina e cambia il suono di un gruppo o se ne inventa uno al mese. Il gruppo conserva il sua fascino quando e quanto più “ spreme” dalle proprie possibilità.; la cantina resta pur sempre la forgia di quel metallo prezioso per una band che è “ il sound “ .
Lo sanno bene I Talking Heads, i Police, Gli Smiths, ma anche i Litfiba, e tutti coloro che avevano un suono ed ora che i loro leaders hanno preso strade diverse, quel suono non ce l’hanno più.
Anche cambiare elementi di un gruppo continuamente non aiuta! Ricordo il suono tutto italiano casereccio degli Stadio degli anni ’80 con Ricky Portera alla chitarra, Marco Nanni al basso, Giovanni Pezzoli alla batteria e Curreri alle tastiere e voce, oggi a formazione cambiata quel suono non ha più quel carattere, quel suono senza ombra di dubbio è diventato il suono di quel periodo della scuola bolognese, il suono di Dalla, di Carboni, il suono anni ’80 di Bologna.
Si tratti di musica leggera, di pop, di rock o di altro, il suono ha un ruolo primario nelle epoche musicali e senza ombra di dubbio “ il suono sono le persone non le macchine “.
Oggi molte bands creano la loro musica in studio sforzandosi di renderla energica sul palco sbattendosi mentre si canta, si suona, si invita il pubblico a ballare, si fa animazione ma l’energia è nella musica, non si può pretendere di essere “ musica “ ed di essere “ pops “nello stesso tempo “.
Leo Ferrè diceva in una sua canzone “ i pops sono piedi puliti in scarpe sporche “.
Per chi invece non sa suonare e cerca la soluzione nei loops, nei plug in, nei campionamenti, nelle voci trattate che ogni tanto suonano “megafonate” distorte, nelle batterie suonate ma ” looppate “ di poche battute o costruite in studio, il discorso è ancora più diverso, la si è designers non musicisti.
Una volta un vecchio musicista che predica bene e razzola male mi ha detto:
“ la musica non la fai fessa “.
Un padre e un figlio
Una padre non sa mai quando il proprio figlio ha già capito tutto;un figlio non sa mai quando il proprio padre già sapeva tutto!
C'è qualcosa di eternamente solitario in ognuno di noi che non si evidenzia nemmeno in un rapporto così intimo e stretto come quello tra genitore e figlio.
Non si dice mai tutto, anche alle persone che più si ama; eppure tutto sembra intuibile, tacito, con assuefazione acconsentito.
Deve essere triste per un genitore vedere un figlio allontanarsi col passare degli anni e non solo nel senso fisico, ma è altrettanto triste per un figlio rimpiangere tutto il distacco dai genitori quando li si vede più deboli di come ti apparivano da piccolo.
La vita spesso è un eterno girotondo in cui si guarda chi si ha di fronte per inerzia, trascurando la sensibilità altrui e anche la propria sensibilità.
Jennà
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